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Il barrio del Somorrostro a Barcellona

Barcellona

“Che cosa c’è qui sotto?”
“Dove?”
“Qui, vedi? Se gratto un po’ questa vernice. Guarda: lo vedi?”
“Sembra un disegno.”
“Una foglia.”

Il colore del muro, con pazienza, era venuto via facilmente e sotto trovammo il tesoro.

La parete di casa era decorata. Un rosso mattone, un ocra, un giallo, un rosa pallido, un verde squillante a forma di foglie, di fiori. La cornice dipinta correva lungo tutte le pareti, in alto, vicino al soffitto. Abbiamo dovuto faticare mesi prima di riuscire a far uscire tutto il dipinto da lí. La gente che veniva a trovarci non capiva perchè lo facessimo. Perchè tutta quella fatica? Per della roba cosí vecchia, scrostata, brutta. Dicevano.

“Perchè…perchè è una storia. Perchè è antica. Perchè appartiene alla casa in cui viviamo. Perchè qualcuno, ad un certo punto, ha preso un pennello e dei colori e si è messo a dipingere. Proprio qui, vedi? Avrá appoggiato una scala in legno sul muro e si sará messo per giorni a lavorare. Magari a lume di candela. É un lavoro manuale, artigianale, preciso, pulito. Qualcosa di prezioso, da conservare.”

Erano tutte così le case dei catalani: decorate con ricami modernisti. Spesso i pavimenti erano formati da mattonelle idrauliche (cercate su Google Images per capirne la bellezza). Tappeti indelebili dalle forme e dai colori sgargianti. A quello di casa è stato incollato sopra un pavimento azzurro-simil-marmo. Hanno usato una resina speciale e staccare il nuovo dal vecchio risulta impossibile senza rovinare quello che c’è sotto. Mi hanno detto di lasciar perdere. Hanno anche coperto il soffitto a volta catalana accorciando così di almeno mezzo metro lo spazio vitale.

“Non c’è il riscaldamento. La casa se è piú bassa si scalda prima.”

Mi hanno detto.

Coprire.
Nascondere.
Dimenticare.
Allontanare.
Emarginare.

Verbi che gli spagnoli tendono troppo spesso a voler coniugare insieme per creare una strategia politica e di conseguenza una civile. Ad un certo punto della loro storia, nel 1975, hanno stabilito per esempio un patto per dimenticare gli effetti provocati dalla dittatura. Il Pacto del Olvido. Non sono arrivati a processare i colpevoli e ad elaborare i propri lutti. I morti sono sotto terra, nelle fosse comuni. Tutti sanno che i loro padri e i loro nonni sono li sotto, ma non possono tirarli fuori e seppellirli come si deve. Non possono piangerli.

Hanno passato una mano di vernice e via.

Gli Stati, le Nazioni, le cittá, i quartieri sono fatti di persone con una psicologia propria, un carattere ben marcato. Una Nazione che non ha elaborato il proprio lutto cresce storta e le sue cicatrici sanguinano non appena dai una grattatina.

Sotto un primo strato di colore efervescente che dona a Barcellona un’aria d’apparente modernitá, si nascondano storie molto vicine a noi in termini di tempo ma cancellate volutamente dallo spazio. Storie che hanno spesso tinte oscure.

Quella del barrio del Somorrostro ne è un esempio eclatante.

Per quelli di voi che sono venuti qui – o che verranno – a farsi una bella passeggiata lungo il mare della Villa Olimpica o a bere un bicchiere di birra fresca assaporando una paella, sappiate che cinquant’anni fa il panorama era questo:

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(Foto aerea del Somorrostro)

 

Il Somorrostro è quella striscia scomposta di case grigia e bianca ammassata tra il mare e le fabbriche.

Era talmente grande che si sarebbe potuto tranquillamente parlare di cittá nella cittá. E non era l’unico barrio di baracche presente a Barcellona. Quasi ogni barrio ufficiale conteneva – ai confini, al lato – un barrio di baracche.

Non si tratta di un quartiere abbandonato o disabitato e poi, durante gli anni, riabilitato. Si tratta della storia di un quartiere letteralmente cancellato dalle mappe e dalla memoria della cittá e delle persone che l’hanno vissuta.

“Facciamo un patto, ok? Facciamo finta che non sia esistito, d’accordo?”
“Ok. D’accordo. Facciamo finta che non sia esistito.”
“Esatto, peró dimentichiamocene per davvero. Non per finta.”
“Ok. Dimentichiamocene per davvero”.

Dell’esistenza del Somorrostro si ha la prima notizia ufficiale nel Diari de Barcelona del 23 Agosto del 1882. Il barrio raggiunse un picco di 20.000 abitanti, subito dopo la Guerra Civile e si estese per una decina di ettari sulla spiaggia, lungo il mare. Iniziava vicino alla scultura riconosciuta come parte dello skyline di Barcellona chiamata “Il Pesce”.

Secondo Mercé Tatjer, studiosa, laureata in storia moderna e contemporanea, tra il 1940 e il 1960 erano 375 mila le persone che arrivarono a Barcellona per cercare lavoro. Di queste, si calcola che circa 100 mila vivessero in baracche perchè non c’erano case sufficienti per ospitare tutti. Le baracche erano fatte di legno o di sabbia. Venivano costruite una addosso all’altra con materiali di scarto che le fabbriche scaricavano lungo la spiaggia o direttamente in mare.

“Il mare era un forziere per noi. Spesso ci restituiva dei veri e propri tesori sotto forma di mattonelle, pezzi di ferro, legno.”

Le piú grandi misuravano circa venti metri quadrati e non erano dotate di elettricitá, acqua corrente o gas. Le persone che abitavano il Somorrostro erano perlopiú emigranti andalusi, estremegni o provenienti dalla zona interna della Catalogna. Erano pescatori ma soprattutto lavoratori delle fabbriche o semplicemente gente che offriva manodopera instancabile pagata un niente.

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(Català-Roca, La gitaneta. Barcelona 1953)

Il cielo era nero,coperto dai fumi delle cinimiere. L’aria pesante.

All’epoca Barcellona era una cittá che dava le spalle al mare; una cittá che lavorava a testa bassa e non vedeva altri orizzonti se non quelli disegnati dai mattoni della fabbrica.

Sotto la lettera T non esisteva la parola Turismo.

I giorni della settimana erano uno uguale all’altro. Non c’era differenza tra un venerdí, un sabato, un lunedí. Si lavorava e punto. Certo il giorno del Signore era il giorno del Signore, ma per il resto si lavorava e punto.

“Per cosa?”
“Per comprare una casa. Era il nostro sogno. Ma ci pagavano talmente poco che era tanto se riuscivamo ad arrivare a mangiare qualche cosa al calar del sole. Noi eravamo 6 fratelli piú mio padre e mia madre.”

Successe un sabato.

Era il 25 Giugno 1966, quando accadde tutto quel fattaccio del Somorrostro. Forse c’era il sole. Il mare calmo. I fulmini almeno ti avvisavano che la tempesta stava a punto d’esplodere. I fulmini, le nuvole nere, il vento, il mare. Ma quel giorno no. Sembrava tutto tranquillo.

Nessuno avvisó nessuno.

Gran parte degli uomini – padri e figli – erano fuori in mare a pescare o per strada o a lavorare in fabbrica come tutti i santi giorni, ma le donne e i bambini erano lí a casa loro, nel loro barrio. Nel Somorrostro.

Quando i pescatori remarono verso la spiaggia e trascinarono le barche di legno sulla sabbia, capirono subito che qualcosa non andava. C’era del fumo, la gente era inquieta. Si misero a correre tutti insieme, temendo il peggio per le loro famiglie.

“Che cosa stava succedendo? Il mare era calmo, non c’era vento, non aveva piovuto. Che cosa stava succedendo? Non lo sapevamo.”

Questa volta il peggio non era arrivato per cause naturali: un’onda anomala che aveva inondato la baracca, un colpo di vento che ne aveva scoperchiato il tetto. Se fosse stato semplicemente questo gli abitanti del Somorrostro – tutti: uomini, donne e bambini – si sarebbero tirati su le maniche e avrebbero ricostruito quello che c’era da ricostruire, aiutandosi gli uni con gli altri. Come sempre. Perchè questa era la vita nelle baracche. Era una vita fatta in comune. Poveri si, ma vicini gli uni agli altri e sempre pronti ad aiutarsi, anche. Erano tutti una famiglia e forse per questo oggi ancora si dice “Hola Familia!” per salutare un gruppo di semplici amici. Sono stati loro ad insegnarci questo modo di dire: “Hola Familia! Adios Familia! Os quiero mucho, familia!”

Quella mattina di giugno il peggio s’era presentato sotto forma di gente con giacca e cravatta.

Non c’entrava niente la Natura, questa volta.
Centravano gli uomini.

Quelli coi soldi.

“Erano giorni che se ne stavano appostati a guardarci dall’alto della strada. Avevano la giacca e alcuni di loro anche la cravatta. Ci guardavano con le mani in tasca puntando il dito verso le nostre case.”

 

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(Il Somorrostro. Foto di I. Marroyo 1964)

Il barrio fu invaso da camion e da macchine assordanti che ben presto i bambini impararono a chiamare “ruspe”.
Cancellarono tutto in meno di una settimana e della sua esitenza non si seppe piú nulla fino a che non se ne parló in un programma televisivo nel 2009.
Lo cancellarono fisicamente, fecero sparire case e persone e fecero in modo che non se ne parlasse mai piú.
Perchè è cosí che funziona quando si fanno i patti, no?

Anni prima il Comune aveva iniziato alcune strane manovre nei confronti delle baracche. Impose per esempio che ogni baracca “legale” avesse una placca di metallo con un numero. Quelle che non ce l’avevano venivano tirate giú all’istante. Poi passavano i giorni e, quando arrivava la domenica, gli uomini, invece di andare alla messa, ricostruivano la propria casa. Andarono avanti per un po’ cosí a lottare le famiglie delle baracche e il Comune. Fino a che il Comune non si decise di mettere in atto una nuova infallibile strategia. La prima di due, a dire il vero.

Si distruggevano le baracche illegali, si prendevano le donne e i bambini, si caricavano sui camion per portarli al Pavelló de Les Misiones (gente terrorizzata, bambini che piangevano). La sera gli uomini tornavano dal lavoro e non trovavano piú nè la propria casa nè tantomeno la propria famiglia. Scoprivano dov’erano i loro cari chiedendo ai vicini, agli amici. Cercavano rapidamente un modo per arrivare al Pavelló, che stava in cima alla montagna del Montjuic e, arrivati, cercavano un modo per reclamare le loro famiglie.

Allora cadevano in trappola.

Venivano rinchiusi anche loro nel Pavelló e dopo qualche giorno caricati sui treni e rispediti a casa loro dove ad aspettarli c’era Il Niente.

Tra il 1952 e il 1956 furono rispedite indietro come pacchi indesiderati piú di 15 mila persone.

I piú fortunati venivano riscattati dal Pavelló perchè davanti alla porta si presentava qualcuno con un contratto d’affitto stretto in mano (le mani sporche, i vestiti stracciati). Allora sí che potevano rimanere in cittá e continuare a lavorare come schiavi.

Era stata messa in atto una precisa politica di deportazione, alimentata dall’idea che questa gente, vivendo in condizioni d’igiene inesistente, portassero solo malattie. Era necessario allontanarli per vivere meglio.

Era l’unica soluzione.

“Eravamo i cattivi dei film.”
“Il nostro sogno era avere una casa. Lavoravamo per poter avere una casa ma se cercavi lavoro e dicevi che venivi da lí, dalle baracche, il lavoro mica te lo davano.”

Li pagavano cosí poco che era impossibile pensare di comprare il mattone. Peró intanto lavoravano instancabilmente e intanto Barcellona grazie a loro cresceva ogni giorno di piú.

La bella Barcellona.

(Somorrostro. Foto di I. Marroyo 1964)

(Somorrostro. Foto di I. Marroyo 1964)

La seconda strategia, dopo la demonizazzione e la deportazione, arrivó un giorno all’orecchio gigante (perchè è vero: ha due orecchie enormi) di un uomo alto, dal naso adunco, il mento lungo e stretto, un bel sorriso simpatico e i capelli bianchi, pochi, tirati indietro con la gommina.

José María de Porcioles i Colomer, franchista, fu sindaco di Barcellona dal 1957 al 1973 (sono sedici. Sedici lunghissimi anni).

Qualcuno gli disse:

“È ora di speculare.”
“Dove? Come?”
“Lí, lungo il mare. Tiriamo via tutto e iniziamo a costruire case come si deve: belle, grandi, spaziose.”
“E poi?”
“E poi le vendiamo ai catalani. A quelli che hanno fatto i soldi in tutti questi anni con le fabbriche.”

Se avesse avuto i baffi, José se li sarebbe arricciati, fermandosi un momento ad immaginare la Barcellona del futuro. Lo sguardo perso all’orizzonte. La Grande Barcellona. La Barcellona del 2000. Forse gli venne in mente proprio allora di battezzare cosí il suo piano di rinnovazione urbano: Barcellona 2000. Lo presentó ufficialmente qualche anno piú tardi e prevedeva profonde riforme immediate.

Per costruire lí, nel Somorrostro, bisognava ad esempio, prima di tutto, abbattere e poi cancellare quelle orribili e maleodoranti baracche che s’erano installate lungo il mare. Tanto ormai non servivano piú a molto.

“E la gente?”
“La mettiamo fuori, lontano. Non so, dai. Poi vediamo.”

Ora che le guardava dall’alto José non s’era mai accorto di quanto grande fosse diventato il Somorrostro.

Ma quante bestie ci vivevano lí dentro? Dio mio, era terribile.

Bisognava fare subito qualcosa, farlo in modo delicato ma rapido, senza troppo chiasso, senza che la gente avesse il tempo di pensare troppo.

“Ci vorrebbe una scusa. Una scusa potente.”

La scusa gliela diede nientepopodimeno che Francisco Franco in persona. Il dittatore era amico suo.

A fine giugno sarebbe arrivato a Barcellona per presenziare alle manovre militari della “Semana Naval” che – si decise – si sarebbero svolte sulla spiaggia del Somorrostro.

26 giugno del 1966.

(Le case promesse nel barrio di Sant Roc a Badalona. Foto di M. Armengol)

(Le case promesse nel barrio di Sant Roc a Badalona. Foto di M. Armengol)

I pescatori in mare con le loro barche di legno, gli operai in fabbrica a lavorare, i camion di José María de Porcioles i Colomer a punto di arrivare.

Molti.

Alcuni con i cassoni vuoti da riempire e altri carichi di uomini con pale e piccozze. Arrivano anche le ruspe e nel giro di una settimana le baracche si svuotano, si distruggono, si caricano cose e persone sui camion e si portano lontano, a Badalona, nel nuovo barrio di Sant Roc, dove sono giá pronti dei casoni ad ospitarli. Un quartiere, quello di Sant Roc, tirato su in tempi record, lontano da tutto, ma soprattutto lontano dall’unica fonte di guadagno delle persone che sarebbero andate ad abitarlo: il mare, la fabbrica.

“Ci dissero di salire sui camion. Che ci avrebbero portato a vivere in una casa vera. Con la luce, con il gas e l’acqua. E noi eravamo pieni di speranza. Quando arrivammo lí, ci separarono gli uni dagli altri.”

Separarono una comunitá abituata ad aiutarsi, in qualsiasi momento, per qualsiasi cosa ci fosse bisogno. Separarono una famiglia, magari non fatta da legami di sangue, ma sempre di famiglia si trattava. Dopo due anni le case promesse dal comune iniziarono a cadere a pezzi. Letteralmente.

“Era tutto finto. Volvano solo toglierci da li per nasconderci da un’altra parte.”

Non c’erano servizi. L’ospedale era a cinque chilometri di distanza. Bisognava spostarsi in taxi per tornare verso la spiaggia e andare a pescare in mare.

“E chi ce li aveva i soldi per il taxi?”

Non c’era la scuola.

Fu un vero e proprio sradicamento.

Disumano, improvvisato.

Fu una menzogna.

Molti scapparono di nuovo verso la cittá, dicendo che le case costruite con le loro mani erano infinitamente piú sicure per i loro figli di quei casermoni traballanti.

Quella dove siete venuti e tornerete a prendere il sole, mangiare la paella, bere la birra e divertirvi, è Barcellona.

Oggi la gente passeggia, si scatta selfies e sorride in un luogo in cui non arrivava nemmeno Dio a vedere come andavano davvero le cose.

Su queste storie non è stato stipulato nessun patto d’oblío, quindi se si gratta la vernice solo un po’, il disegno si riesce ancora a percepirlo e soprattutto c’è qualcuno che te lo spiega.

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La gente ha iniziato a parlarne solo nel 2009 e il 25 Novembre del 2014 è stata finalmente affissa alla parete che guarda la spiaggia del Somorrostro una targa, voluta dalle persone che in quel posto hanno sofferto, vissuto e lavorato. Ecco infine il ringraziamento del Comune di Barcellona alla gente orgogliosa delle proprie radici e della propria fatica. La gente del Somorrostro. Gente che non vuole dimenticare che ci sia stato un tempo e uno spazio in cui Barcellona è stata diversa e che grazie a loro la cittá è cambiata. Uno spazio e un tempo in cui esisteva una comunitá che aveva un nome, un cognome, una data di nascita e una di morte: il Somorrostro – Barri de Barraques (1875-1966).

 

 

di Sara Beltrame

 

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